scrivevo
Scrivevo questa mattina che azione è uscire dalla solitudine. Leggo il resoconto dell'incontro tra Hulweck e Parisi. In bocca rimane soltanto l'amarezza della bestemmia.
Il mondo - è risaputo - si divide in due categorie: chi ha la pistola carica, e chi scava. Allo stesso modo il moto terrestre è scandito da due movimenti: rotazione e rivoluzione. La storia, le tendenze dell'urbanistica e della viabilità sembrerebbero dare ragione alla prima. Di rivoluzione non c'è traccia: bandita dal lessico quotidiano e politico, sparita quasi dal dizionario. Eppure il moto di rivoluzione scandisce il nostro esistere, segna il confine tra il giorno e la notte,
marca nettamente la nostra quotidianità. Non si può negare nemmeno che l'esistenza umana sia stata scandita da processi rivoluzionari. Una breve scorsa alla stroria della nostra specie ci porta alla memoria un'infinità di esempi: di rivoluzione copernicana s'è parlato in relazione alla nostra percezione del cosmo; l'espressione "rivoluzione industriale" dovrebbe risultare familiare; si parla di rivoluzione d'Ottobre - anche se il nostro calendario la vorrebbe in Novembre - come di un assalto al cielo o come uno dei tentativi falliti in partenza di
poter cambiare il mondo. Si è di rivoluzione culturale nonostante il ricordo sia così sbiadito da cristallizzarsi soltanto in alcuni libriccini rossi agitati al vento, lunghe marce, grandi timonieri e brutali repressioni; di rivoluzione verde abbiamo sentito parlare a sproposito, in relazione all'utilizzo di fertilizzanti chimici e pesticidi in agricoltura. Qualcuno ci illude che una possibile rivoluzione informatica che ci permetta di venire in contatto con qualsiasi parte del mondo in tempo reale e di annullare così lo spazio.
Pare quindi sciocco volersi illudere di poter cancellare la rivoluzione dal nostro linguaggio, e quindi dal nostro sistema di idee. Ma ancor più pare dannoso, perchè ci precluderebbe la possibilità di leggere il passato e il presente per quello che sono. Un susseguirsi continuo di azioni, relazioni, tensioni, rotture e rovesciamaneti.
Insomma, possimamo rinunciare a tante cose di cui l'umanità ha fatto uso - e talvolta abusato - in passato: rinunciamo volentieri al fucsia, possiamo rinunciare alle rotatorie, ma non alla rivoluzione.
Leggo con amarezza, e senza molto stupore, che nel sentire pronunciare
dal Senatore Gui una condanna verso la "vergogna Salò" i colonnelli di
Alleanza Nazionale hanno lasciato il palco della commemorazione della
festa della Republica. Nella foto si vede ritratto lo stato maggiore del
partito, i cui esponenti ricoprono alte cariche istituzionali a livello
locale, seduti a chiacchierare amabilmente al tavolo di un bar.
Non ci è dato sapere cosa si stiano dicendo e nemmeno cos'abbiano ordinato.
Fossi stato il cameriere mi sarei permesso di dar loro un consiglio: un
bel bicchiere di acqua Fiuggi.
Si diceva una volta, era il 1995 e le camicie di colore nero non
andavano più di moda, che si trattasse di un'acqua con un basso
contenuto di residui (ideologici), e che aiutasse a depurare l'organismo
(politico).
Negli ultimi tempi stiamo assistendo ad una crociata moralista, sia
guelfa che ghibellina, contro lo spritz.
Ai papisti, che nel dar fiato alle trombe tirano in ballo diavoli e
demoni, non posso fare a meno di ricordare come, durante il rito
domenicale, al vino il prete aggiunga un goccio d'acqua, a ricordare
l'unione tra dio e l'uomo nell'eucarestia. La paternità dello spritz
sarebbe dunque cattolica e non arburgica. Se "frutto di una mente
diabolica", come ha sostenuto di recente un vescovo, si tratta, si
facciano un esame di coscienza. Pensino, inoltre, al perchè i giovani
abbandonano gli oratori, e non tirino in ballo chi, un poco più
eterodosso, preferisce vino e selz al sangue di Cristo.
Ai profeti dell'ordine e della disciplina che governano il comune
ricordo, invece che la persona savia desidererebbe, se possibile, la
botte piena e la moglie ubriaca; e non la piazza vuota e i cittadini astemi.
Se in città una delle poche forme d'aggregazione spontanea e di massa
rimane quella dell'aperitivo si interroghino sull'inesistenza di
alternative, di spazi sociali e di iniziative culturali che vengono
offerte alla cittadinaza.
Altrimenti non predichino a chi, in mancanza d'altro, si concede un
passatempo dolce e finto come l'Aperol.